UN MONDO D'ARGENTO

Breve storia dei supporti per la fotografia in Italia (1839 - 1939)

1839 - La Dagherrotipia

     La Fotografia nacque ufficialmente il 19 Agosto 1839 a Parigi quando in una seduta dell'Accademia delle Scienze di Francia Louis-Jacques Mandè Da­guerre rese pubblica la propria invenzione, un pro­cesso per ottenere immagini fotografiche permanenti che dall'inventore stesso prese nome: era nata la Da­gherrotipia.
    Altri ricercatori francesi, Nicephore Niepce e Hippolyte Bayard, all'incirca nello stesso periodo, e forse anche prima, avevano messo a punto procedi­menti che utilizzando tecniche diverse ottenevano ri­sultati simili a quelli ottenuti da Daguerre, ovvero immagini fotografiche permanenti, ma Daguerre sep­pe trovarsi un “padrino” nella comunità scientifica francese, l'astronomo Francis Arago, e con il suo aiu­to ottenne l'appoggio del governo francese, ed anche un vitalizio, in cambio della pubblicazione di tutti i segreti sulla Dagherrotipia. 
    Nella Dagherrotipia il supporto sensibile alla luce era costituito da una sottile lamina di Rame ri­coperta da un sottilissimo strato di Argento lucidato a specchio che veniva sottoposta ad un trattamento con vapori di iodio in modo da ottenere un leggeris­simo strato di Ioduro d'Argento sensibile alla luce; la sensibilizzazione era condotta all'interno di partico­lari cassettine di legno e durava qualche minuto (da 2 a 5 circa).
    La lastrina così preparata andava introdotta in un apparecchio fotografico, all'epoca molto semplice, ed utilizzata subito, nel giro di un'ora circa. 
    Il tempo di esposizione era lungo, in pieno sole ci volevano anche 10-15 minuti, molto di più se il cielo era coperto o si lavorava in studio; qualcuno si è divertito a misurare la sensibilità di una lastrina per dagherrotipia utilizzando gli attuali sistemi di misura ed ha calcolato che la sensibilità era all'incirca di 0,001 ASA. 
    Dopo l'esposizione alla luce la lastrina doveva subire il trattamento di “sviluppo”; la funzione di questo trattamento era quella di trasformare lo Iodu­ro d'Argento in Argento metallico, questa trasforma­zione avveniva con maggiore facilità in quelle zone della lastrina in cui il l'alogenuro d'Argento era stato “attivato” perchè colpito dalla luce. 
    Dopo l'esposizione alla luce nell'apparecchio fo­tografico sulla lastrina non era visibile alcuna imma­gine; durante lo sviluppo alcune zone della stessa di­ventavano via via sempre più scure e l'annerimento era maggiore nelle zone più colpite dalla luce che corrispondevano a quelle più chiare del soggetto rea­le che si voleva riprodurre nella fotografia. 
    Il processo dello “sviluppo” è basilare nella Foto­grafia e sarà comune a tutte le tecniche che nel tem­po saranno utilizzate per produrre immagini con l'u­so di sali d'Argento, nella Dagherrotipia però tale processo era condotto in modo del tutto particolare. Il trattamento consisteva in una esposizione a va­pori di Mercurio ad una temperatura intorno ai 50-60 °C, lo sviluppo avveniva all'interno di una particola­re cassettina sempre in legno con alla base un picco­lo fornelletto in cui scaldare il Mercurio e durava al­cuni minuti (da 2 a 5 ca).
    Terminato lo sviluppo le lastrine dovevano subire il trattamento di “fissaggio”, anche questo basilare per ottenere immagini permanenti e comune a tutte le tecniche fotografiche basate sull'uso dei sali d'Argen­to.
    La funzione del “fissaggio” era, e rimane, quella di asportare dalla lastrina i sali d'Argento che non erano stati trasformati in Argento metallo durante lo sviluppo, se ciò non venisse fatto, durante la normale visione della lastrina sviluppata la luce provochereb­be l'annerimento graduale di tutta l'immagine.
    Fu proprio l'assenza di questa fase nel trattamen­to di una im­magine fotografica che per molto tempo impedì la messa a punto di una tecnica che portasse ad imma­gini stabile nel tempo.
    Già nel 1802 l'inglese Thomas Wedgwood era riuscito ad ottenere delle immagini di oggetti, come foglie o ali di insetti, messi a contatto con fogli di carta imbevuti di una soluzione di sali d'Argento (in questo caso Nitrato di Argento), ma sebbene le con­servasse al buio e le osservasse solo alla debole luce della candela, a poco a poco le immagini annerivano. 
    Pensare che già nel 1819 il chimico inglese Sir John F.W. Herschel aveva isolato e studiato l'Iposol­fito di Sodio scoprendo che era in grado di rendere solubili in acqua gli alogenuri d'Argento. 
    Dopo vari esperimenti si giunse alla definizione di una fase di fissaggio mediante immersione proprio in una soluzione di Sodio Iposolfito (per 5-10 minu­ti) e quindi un lavaggio con abbondante acqua cor­rente.
    Terminate tutte le fasi del trattamento il dagher­rotipo così ottenuto veniva lasciato asciugare e infine conservato in un piccolo astuccio protetto da una la­strina di vetro.
    Osservando un dagherrotipo esso può apparire sia come un positivo che come un negativo, a secon­da di come la superficie dell'immagine viene orienta­ta rispetto alla fonte luminosa. 
    Voglio ricordare che un'immagine fotografica si intende “positiva” quando le aree chiare dell'immagi­ne corrispondono alle aree chiare del soggetto ripro­dotto mentre si intende “negativa” quando, al contra­rio, le aree chiare del soggetto corrispondono nel­l'immagine fotografica a zone scure; ovviamente stiamo parlando di immagini rigorosamente in bian­co e nero, all'epoca le immagini fotografiche a colori erano ancora un sogno.
    La Dagherrotipia si diffuse rapidamente in Euro­pa e negli Stati Uniti, vari ricercatori contribuirono a migliorarne le prestazioni, in particolare la sensibili­tà delle lastrine, rendendo possibile la realizzazione di ritratti e nelle città più importanti vennero aperti i vari studi dagherrotipici. 
    Nonostante il successo la Dagherrotipia aveva dei difetti intrinseci che ne determinarono in un tem­po relativamente breve il declino mentre, come ve­dremo, altre tecniche presero il sopravvento; le prin­cipali deficienze erano:
- il costo elevato legato alla qualità e quantità dei materiali utilizzati 
- la pericolosità e tossicità dei reagenti utilizzati, in particolare il Mercurio nello sviluppo 
- l'inversione dei lati rispetto al soggetto reale 
- l'impossibilità di ottenere più copie dello stesso dagherrotipo.

    Testi vari per approfondimenti

    Sunto ragionato della relazione sul Dagherrotipo letta dal signor Melloni (Napoli 1839)

    Historique et Description des procedes du Daguerreotype et du Diorama (Parigi 1839)

    Nouveau moyen de préparer la couche sensible des plaques destinées à recevoir les images  photographiques (1844)

    Trattato completo di fotografia (1864)

  

daguerre
Louis Jacques Mandè Daguerre (1787-1851)

niepce

Nicephore Niepce (1765-1833)

app daguerre

Apparecchio per Dagherrotipia

iodio

cassettina per la sensibilizzazione con Iodio

mercurio

cassettina per sviluppo con Mercurio

astuccio

astuccio per la conservazione dei dagherrotipi




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