UN MONDO D'ARGENTO

Breve storia dei supporti per la fotografia in Italia (1839 - 1939)

1841 - La Calotipia

    Nel 1839, mentre in Francia Daguerre rendeva nota al pubblico la propria invenzione e la brevettava in vari paesi, in Inghilterra Henry Fox Talbot inviava alla Royal Society di Londra una comunicazione in­titolata: “Note sull'arte del disegno fotogenico, ov­vero il processo mediante il quale gli oggetti natu­rali possono essere portati a riprodurre le proprie forme senza l'ausilio della matita dell'artista”
    Il procedimento di Talbot era però ancora molto approssimativo ed ebbe bisogno ancora di tempo per essere perfezionato così che solo nel 1841 il sistema divenne utilizzabile per ottenere vere e proprie im­magini e venne brevettato con il nome di Talbotipia, anche se la definizione più comune e nota per questa tecnica è Calotipia (dal greco Kalos = bello). 
    Nella Calotipia il supporto sensibile era costituito da un semplice foglio di carta che veniva sottoposto ad una serie di trattamenti: 
- per prima cosa un lato del foglio veniva spen­nellato con una soluzione di Nitrato di Argento al 3% ca in acqua distillata 
- si lasciava asciugare e quindi si immergeva il foglio per circa 2 minuti in una soluzione di Ioduro di Potassio al 6% ca in acqua 
- si lasciava asciugare e da quel momento il fo­glio, anche se poco sensibile, andava riposto al buio, dove per altro poteva essere conservato anche per lungo tempo.

    A seguito del trattamento descritto sulla superfi­cie della carta si formava dello Ioduro d'Argento, questo tipo di carta veniva anche detta “carta iodura­ta”.
    Quando si intendeva usarla, la carta iodurata do­veva essere sottoposta ad un ulteriore trattamento per aumentarne la sensibilità: questo consisteva nell'im­mersione in una soluzione acquosa contenete princi­palmente Nitrato d'Argento e Acido Gallico, detta anche di Gallo-Nitrato d'Argento; occorreva operare a lume di candela o di una luce di colore rosso (più avanti capiremo perchè). 
    Il foglio di carta così trattato andava asciugato sempre al buio e quindi poteva essere inserito all'in­terno dell'apparecchio fotografico, anche in questo caso le fotocamere erano molto semplici al punto che la moglie di Talbot amava definirle “trappole per topi”.
    L'esposizione necessaria per ottenere immagini corrette era di qualche minuto, dopodichè anche nel­la Calotipia occorreva procedere alla fase dello svi­luppo me­diante l'immersione sempre in una soluzio­ne di Gal­lo-Nitrato d'Argento, meglio se tiepida, fin­chè la car­ta raggiungeva nelle zone più esposte l'an­nerimento desiderato.
    Infine per ottenere immagini stabili era necessa­ria la fase di fissaggio, sempre con Iposolfito di So­dio, ed infine una prolungata fase di lavaggio con ac­qua corrente.
    Nella Calotipia l'immagine ottenuta era un nega­tivo, per ottenere un positivo era necessario porre questa prima immagine in un apposito torchietto a contatto con un foglio di carta reso sensibile seguen­do la procedura sopra descritta ed esporre il tutto alla luce del sole per un tempo adeguato calcolato fa­cendo alcune prove preliminari
    Il secondo foglio una volta esposto andava svi­luppato, fissato e lavato utilizzando le tecniche già descritte e si otteneva così l'immagine positiva del soggetto che si voleva fotografare; ripetendo più vol­te tutto il procedimento di esposizione nel torchietto, sviluppo, fissaggio e lavaggio era possibile più copie della stessa fotografia.

    Il procedimento di Fox Talbot basato sulla cop­pia negativo-positivo aveva gettato le basi del­la Fotografia così come oggi noi la conosciamo.

    Fox Talbot cercò di sfruttare commercial­mente la propria invenzione con scarso successo: nel 1843 or­ganizzò un laboratorio (Reading Talbotype Esta­blishmente) che tra l'altro stampò a dispense un libro illustrato con calotipi, The Pencil of Nature. 
    Talbot pubblicò anche un secondo libro illustra­to, Sun Pictures in Scotland; i risultati economici però fu­rono deludenti e alla fine il laboratorio dovet­te ces­sare l'attività, anche uno studio per ritratti aper­to a Londra non ebbe grande fortuna.
    Come la Dagherrotipia anche la Calotipia aveva dei difetti intrinseci dovuti in particolare all'uso della carta come supporto per il negativo: 
- la carta, anche se trattata con cera o glicerina, non era sufficientemente trasparente ed inoltre pre­sentava una propria trama, ciò andava a scapito del risultato finale nell'immagine positiva in cui i detta­gli erano poco definiti.

    Testi vari per approfondimenti

    The Pencil of nature (Londra 1844)

talbot

Henry Fox Talbot (1800-1877)

talbot camera

apparecchi per Calotipia

positivo negativo

esempio di negativo - positivo

pencil

The Pencil of Nature

talbot 5

Il laboratorio di sviluppo e stampa di Talbot




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