UN MONDO D'ARGENTO

Breve storia dei supporti per la fotografia in Italia (1839 - 1939)

1851 - Il Collodio

    Un importante passo avanti nella preparazione di lastre fotografiche si ottenne utilizzando il collodio quale sostanza adesiva; a partire dal 1846 il collodio era utilizzato (ed è ancora) in alcune preparazioni farmaceutiche ed era costituto da una soluzione di ni­trocellulosa (in particolare dinitrocellulosa) in una miscela di Etere Etilico ed Alcool Etilico.     
    La dinitrocellulosa poteva essere preparata a par­tire dal cotone per trattamento con una miscela di Acido Nitrico ed Acido Solforico in opportune con­dizioni, ma più facilmente poteva essere acquistata già pronta ed era venduta con vari nomi commercia­li, i più comuni erano cotone-polvere, cotone-collo­dio, fulmicotone, cotone azotico, pirossilina. 

    Procedimenti fotografici che utilizzavano il col­lodio furono sperimentati e messi a punto indipen­dentemente dal francese Gustave Le Gray e dall'in­glese Frederick Scott Archer; il primo utilizzava come supporto la carta resa il più possibile traspa­rente con cera mentre il secondo utilizzò delle lastre di vetro: fu quest'ultimo che con la propria tecnica ri­voluzionò la storia della fotografia quando nel 1851 pubblicò sulla rivista “The Chemist” un articolo dal titolo “On the use of collodion in photography”. 
    La tecnica inventata da Scott Archer è passata alla storia come procedimento al “collodio umido”, seguendo le fasi necessarie per ottenere un'immagine con questo processo capiremo perchè.     
    Scott Archer aggiungeva alla soluzione di collo­dio dello Ioduro di Ammonio (o anche Ioduro di Cadmio o Ioduro di Potassio) ottenendo il così detto “collodio iodurato”; il collodio iodurato si versava su una lastra di vetro pulitissima, si inclinava la la­stra da tutti i lati in modo da stendere il preparato in modo quanto più uniforme possibile, recuperando la parte in eccesso. 
    Si lasciava evaporare buona parte del solvente (etere ed alcool sono per altro molto volatili) ma pri­ma che lo strato fosse completamente asciutto si im­mergeva la lastra in una soluzione di Nitrato d'Ar­gento in modo da ottenere sulla superficie della stes­sa uno strato di Argento Ioduro; questa fase era con­dotta in camera oscura, a lume di candela. 
    Dopo 2-3 minuti si poteva togliere la lastra dal bagno sensibilizzante, si lasciava sgrondare il liquido in eccesso quindi la lastra sensibile ancora umida si poneva nel telaio portalastre e, proteggendola dalla luce, si introduceva nell'apparecchio fotografico. 
L'esposizione necessaria per ottenere un'immagi­ne era di alcuni minuti e ovviamente dipendeva dalla luce disponibile (2 minuti circa in pieno sole, 8-10 minuti con cielo velato), quindi, sempre in camera oscura, la lastra veniva tolta dal telaio portalastre e sulla stessa si versava più volte il bagno di sviluppo che in questo caso era costituito da una soluzione ac­quosa contenente Solfato Ferroso e Acido Acetico.
    Quando l'immagine era sufficientemente svilup­pata si procedeva con il fissaggio immergendo la la­stra in una soluzione di Iposolfito di Sodio. 
    Infine si terminava il procedimento con un pro­lungato lavaggio in acqua corrente e lasciando asciu­gare la lastra; fissaggio, lavaggio e asciugatura pote­vano essere condotti anche alla luce.
    Con le lastre al collodio umido si ottenevano ov­viamente immagini negative, le immagini positive si potevano ottenere, come nel calotipo, ponendo la 
lastra con l'immagine negativa in un apposito tor­chietto a con­tatto con un foglio di carta sensibilizza­ta, in genere carta all'albumina, che poi doveva esse­re sviluppata, fissata, lavata ed asciugata; anche in questo caso da una lastra negativa si potevano otte­nere molte copie positive su carta.
    Rispetto ai supporti utilizzati nella calotipia le la­stre al collodio umido avevano diversi vantaggi:
- la sensibilità era superiore 
- la nitidezza delle immagini e dei dettagli era in­credibilmente migliorata
    L'uso delle lastre al collodio umido rendeva indi­spensabile l'utilizzo di piccoli laboratori chimici oscurabili dove il fotografo per ottenere un'immagine eseguiva le varie fasi del processo prima descritto, l'attrezzatura necessaria era però facilmente traspor­tabile e vennero ideati vari tipi di laboratori tempora­nei costituiti per lo più da tende smontabili ed oscu­rabili e particolari cassette in cui riporre e trasportare tutto il materiale necessario fuori dalla propria abi­tuale residenza, in luoghi più o meno lontani. Con queste attrezzature mobili molti fotografi iniziarono a viaggiare ed a produrre immagini di am­bienti, personaggi ed avvenimenti fino a quel mo­mento impensabili, raccogliendo poi le foto in album da commercializzare.  
 

    Il procedimento al collodio umido diede grande impulso alla fotografia ma aveva ancora molte pec­che, la principale era proprio la necessità di usare le lastre subito dopo la sensibilizzazione, ancora umi­de, pena una decisa perdita di sensibilità
 
    In molti cercarono di migliorare il procedimento di Scott Archer ed in particolare trovare un metodo che permettesse di utilizzare con profitto lastre al collodio secco. 
    Nel 1864 B.J. Sauyce e W.B. Bolton misero a punto una metodica in cui il collodio veniva reso sensibile alla luce prima di essere steso sulla lastra di vetro: 
- per prima cosa il collodio veniva miscelato con una soluzione di Bromuro di Ammonio e Bromuro di Cadmio 
- quindi si aggiungeva sempre miscelando una soluzione di Nitrato d'Argento in modo da ottenere una emulsione di collodio e Bromuro d'Argento 
- solo a questo punto la miscela veniva stesa nel solito modo sulla lastra di vetro - la lastra veniva fatta asciugare     Ovviamente tutte le operazioni sopracitate anda­vano condotte in una camera oscura, alla luce di una candela.    
    Il procedimento di sviluppo e fissaggio delle la­stre al collodio secco era praticamente lo stesso uti­lizzato per le lastre al collodio umido. Le lastre al collodio secco così preparate aveva­no una sensibilità più bassa di quelle al collodio umi­do ma potevano essere comunque utilizzate per la ri­presa di soggetti statici come paesaggi, monu­menti o altri soggetti architettonici.   
    Il grande vantaggio nell'utilizzo di questo mate­riale consisteva nel non essere più costretti a prepa­rare le lastre poco prima dell'uso, il fotografo poteva allestirne con comodo un certo numero a casa pro­pria, con queste preparare dei portalastre pronti da in­serire nell'apparecchio fotografico, eseguire le po-se ovunque ritenesse necessario per poi procedere in un secondo momento al trattamento nel proprio la­boratorio.
    Inoltre non era più indispensabile che il fotografo preparasse da sé le lastre di cui aveva bisogno ed in­fatti l'invenzione della lastra al collodio secco diede nuovo impulso alla crescita della nascente industria fotografica, nel 1867 in Inghilterra vennero prodotte su grande scala le prime lastre di questo tipo ad ope­ra della Liverpool Dry Plates & Photographic Com­pany.
    Con le lastre al collodio, umide o secche, si otte­nevano comunque immagini negative che andavano poi trasformate in positive, nel modo già descritto precedentemente, su carta albuminata o “carta celloi­dina” (o al Collodio Cloruro d'Argento) ottenuta, co-me per le lastre al collodio secco, stendendo una emulsione di Collodio e Cloruro di Argento su un fo­glio di carta e lasciando poi asciugare il tutto.

    In quel periodo vennero anche inventate alcune tecniche che permettevano di ottenere direttamente immagini positive, in particolare i procedimenti più utilizzati furono la Ambrotipia e la Ferrotipia.    
    La tecnica della Ambrotipia venne utilizzata principalmente nella produzione di ritratti; il nome della stessa forse venne fatto derivare dal nome di uno de­gli inventori, J. Ambrose Cutting, che la diffu­se so­prattutto negli Stati Uniti d'America 
    Il procedimento partiva da una lastra al collodio, sviluppata, fissata e lavata, che veniva sottoposta ad un ulteriore trattamento, detto sbianca, con Cloruro Mercurico e Acido Nitrico che trasformava l'Argento metallico nero in un Argento più chiaro. 
    La lastra così trattata veniva montata, in appositi astucci, su un fondo nero e così all'osservatore appa­riva come un'immagine positiva; il tipo di presenta­zione ricordava molto quella di un dagherrotipo, ri­spetto a questo un Ambrotipo era più delicato, a cau­sa del supporto in vetro, ma anche più facile da otte­nere e meno costoso.
 
    La Ferrotipia era la variante più economica della Ambrotipia, si diffuse molto tra i ceti meno abbienti principalmente ad opera di fotografi itineranti che realizzavano ritratti con questa tecnica alle fiere di paese; in questo procedimento il supporto era costi­tuito da una lamina di ferro laccato di nero su cui ve­niva stesa l'emulsione di collodio sensibilizzata. 
    La lastra veniva poi sviluppata, fissata, lavata e dopo il trattamento di sbianca si otteneva un'immagi­ne che appariva positiva; con questa tecnica, usando apparecchi costruiti allo scopo, era possibile ottenere ritratti di piccole dimensioni, anche di forma circo­lare, da racchiudere in spille o medaglioni
.

    

    Testi vari per approfondimenti

   The Chemist, march 1851 "On the use of collodion in photography

    Photographic manipulation: The Collodion process

    The photograph and ambrotype manual 1858

    The Ferrotype and How to Make it

    Venanzio Sella Plico del fotografo: trattato teorico-pratico di fotografia (1863)

    Trattato generale di fotografia: Di Désiré Van Monckhoven,Carlo Antonini (1865)

archer

Frederick Scott Archer

collodio1

Preparazione e trattamento lastre al collodio

torchietto

Torchietto per la stampa a contatto di positivi

collodio 4

Attrezzature mobili per fotografi itineranti

ambrotipo1

Un Ambrotipo nei vari componenti


ambrotipo2

a sinistra: un Ambrotipo parzialmente su sfondo bianco

ferrotipia1

Un fotografo itinerante ad una fiera

ferrotipia2

Spilla ferrotipica per la campagna elettorale di    Abramo Lincoln




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